il design thinking per non rimanere impigliati

Design Thinking on your Life

Questo è per me un periodo pieno di incertezza e come spesso capita di altrettanta euforia dovuta al cambiamento. Le giornate sono volatili con cambi repentini e inaspettati, tra picchi di gioia e speranza e bruschi cali nell’oblio della disperazione. L’ottimismo è sempre pronto a prevalere. L’incertezza di quello che sarà il mio futuro lavorativo da qui a un anno mi ha costretto a riflettere e a pormi delle domande su cosa voglio dalla mia vita professionale e su cosa sono disposta a dare o lasciare. Non voglio aspettare passivamente che qualcosa dal mondo esterno mi cada addosso o, peggio ancora, rimanere impigliata nell’indecisione.

Quante volte rimaniamo impigliati a causa di costruzioni mentali o dell’incertezza.

In questo mio processo di analisi personale o meglio di “alfabetizzazione” di me e delle mie capacità ho scoperto diverse “tecniche” che hanno l’obiettivo di superare proprio quel blocco. Una tra queste è proprio il Design Thinking applicato alla propria vita. 

Piuttosto che su “cosa voglio essere da grande” questo metodo riflette su “quello in cui voglio diventare mentre il disegno della nostra vita avanza e si apre”. 

Il Design Thinking è una metodologia generalmente utilizzata in ambito imprenditoriale o ingegneristico su prodotti e servizi. E’ un modo di pensare, tipico dei designers, nel tentativo di risolvere problematiche in modo innovativo e nel creare del “nuovo”. Infatti, il blocco di cui parlavo prima è un’esperienza famigliare e ripetitiva per i designer che si trovano a ideare, testare, fallire, re-ideare in in un circolo continuo. 

Siamo bloccati da quello che gli psicologi chiamo “distorsioni cognitive”, convinzioni che possediamo senza metterle alla prova o senza titubarne la loro veridicità.  Sono distorsioni che hanno a che fare con l’effettivo contenuto del pensiero. Sono credenze, aggiungerei inutili e imprecise, che ci fanno interpretare le cose in modo negativo o disattivo e che limitano la nostra possibilità di sperimentazione.

Alcuni esempi? Qui alcune frasi tipiche che contengono distorsioni cognitive: “Le persone non possono cambiare” oppure “sono pigro” o ancora “dovresti già sapere dove stai andando vista la tua età”. 

Tutti questi pre-concetti spesso sono supportati da schemi del mondo esterno. Oggi va tanto di moda dirlo…”be the best version of you”. Io di questo motto ne ho fatto un mantra fino a poco tempo fa per poi scoprire che forse non mi interessava davvero essere “la migliore” versione di me stessa tuttalpiù “essere”. Esiste questa versione migliore?  E se si come faccio a sapere quando l’ho raggiunta? E poi, come si può essere la versione migliore di se stessi in questo mondo non lineare, non consequenziale, non ordinato? 

Un esempio concreto. Ho creato la pagina del mio blog per avere uno spazio in cui contenere le mie riflessioni, curiosità e letture per poi non renderlo pubblico per mesi, ero bloccata dall’idea del giudizio, perché doveva essere la “migliore” versione possibile. Ma perchè? Ma per chi? Ma chissene. Cosa mi stavo perdendo in questo frattempo? 

Il paradigma “the -one- best way”  è ormai obsoleto (persino nel mondo imprenditoriale il quale è stato l’ideatore di questa mentalità) perché lento e pesante.

“The unattainable best is the enemy of all the  available betters.” (BILL BURNETTE)

Ossia ”L’irraggiungibile migliore è il nemico di tutte le alternative migliori disponibili.” ( Bill Burnett)

Quindi sono giunta a capire che vi sono diverse versioni di noi stessi e ciascuna versione nel mezzo tra il mio punto di partenza e il punto d’arrivo immaginario è un passo avanti. Non si tratta di accontentarsi; chi mi conosce sa che non mi accontento, -quasi- mai . Si tratta di avanzare e non rimanere bloccati.

I Mindset caratterizzanti questi professionisti vengono quindi traslati e applicati al nostro essere quotidiano grazie all’individuazione di cinque fasi che dovrebbero aiutarti ad avanzare e “non rimanere impigliati”. 

CINQUE IDEE DA CUI PARTIRE

1. Connetti le parti. Connettere chi siamo, in cosa crediamo, cosa facciamo-  permette di dare senso al proprio percorso. Attenzione, ti viene chiesto perché lavori e  non cosa fai o quale lavoro vorresti, ma per cosa? Quale è la tua visione  del mondo, in cosa credi? Cerca di connettere in modo coerente la vita lavorativa con quella personale, già questa è un’esperienza che da significato…

2. Identifica i Gravity Problems. I gravity problems sono “problematiche” insormontabili che non possono essere cambiate o che non sei disposto ad avere. Non possiamo risolvere una problematica che non vogliamo accettare come tale. Se hai un problema di gravità e non hai voglia di lavorarci o risolverlo allora non è nient’altro che un circostanza nella tua vita. Da li in avanti è una scelta personale avanzare e iniziare un processo di soluzione (ri-contestualizzazione del problema) oppure o accettarla in quanto circostanza. Un tipico esempio è dato da una azienda familiare in cui il Presidente è sempre stato un membro della famiglia. Non sei parte della famiglia non puoi essere Presidente, vero. E se non fosse vero? Bene, sei di fronte a una scelta e decidere cosa fare: è questa una condizione di circostanza o una problematica che sei disposto a ri-contestualizzare e lavorarci? 

3. Immagina futuri alternativi. Bisogna essere coscienti che ognuno di noi ha più di uno solo io. Immagino almeno altre 8 vite che avrei potuto condurre (la sportiva, la giornalista, l’ingegnere, l’imprenditrice, l’artistia…potrei andare avanti ma evito). L’esercizio consiste nel pensare a un piano di 5 anni di tre futuri alternativi. Il primo idealmente è il tuo stato attuale, non ci sono cambiamenti solo alcune mete/obiettivi posti (nessuna deviazione ma soddisfazioni da prendersi, grandi o piccole, lavorative o non). Per il secondo piano sul tuo futuro parti dall’ipotesi che il tuo “stato attuale” (la tua posizione lavorativa per esempio) domani non esisterà più e  chiediti cosa faresti. La terza alternativa consiste nella carta nascosta o selvaggia. Puoi immaginare di stare bene, hai le risorse necessarie per decidere di poter fare qualcosa senza preoccupazione del giudizio delle persone circostanti. Cosa faresti?

4. Costruisci un Prototipo. A questo punto hai raccolto le idee e il design thinking prevede di eseguire un prototipo, una sorta di test nel mondo reale. Per farlo inizia  a interrogati con domande interessanti (“e se provo a fare questo?), chiediti se l’ipotesi è fondata (“è davvero quello che voglio o è un desiderio che avevo da adolescente?”), e pensa a  come coinvolgere altri nel mio prototipo. Puoi per esempio avere delle conversazioni con chi attualmente ricopre una figura professionale a cui aspiri oppure sperimenta, entra in azione, e provalo direttamente sul campo per capire come ti senti.

5. Scegli, bene. Infine arriva il momento della scelta. Come farlo? Innazitutto decidi senza avere paura di ciò che non stai decidendo/scegliendo  (pensa, hanno anche coniato un termine per questo paura “FOMO: fear of missing out”). Sii concentrato  su tuo obiettivo ma mantenendo la visione laterale aperta, perché è lì lo spazio in cui quelle interessanti opportunità  – di cui siamo alla ricerca- si mostrano. Non essere iper-razionale ma ascolta anche il tuo istinto. Infine, prendi la decisione pensando a questa come definitiva (e non reversibile), altrimenti la possibilità di poter tornare indietro e “cambiare” scelta continuamente ti renderà infelice perché qualsiasi tua decisione sarà insoddisfacente

E’ una dura verità: il nostro processo di decisione da quello più complesso a quello più semplice sempre termina con una fase di agonia data dalla scelta “non giusta”. Io per prima non ero mai soddisfatta fino in fondo della scelta intrapresa e questo è spesso dovuto al pensiero di ciò che si lascia dietro, appunto della paura di non aver scelto l’opzione giusta.

Adesso a lavoro: hai gli strumenti per essere il designer della tua prossima scelta.

Erika.

Vi consiglio il TEDx di Bill Burnett (Professore di Stanford, Direttore del Dipartimento di Design) e il suo libro Life Design Lab da cui ho preso maggiori spunti per scrivere il post.

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